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rettifichiamo.

Rettifichiamo.

La taglia XXS di Tally Weijl mi entra. Eccome.

Quindi?

Mi sono persa?

shorts

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Finzioni e riprese.

Se mettere in piedi una bugia grossa come quella di un’influenza passeggera mi ha portato a riprendermi dall’umore e dal male di vivere dei giorni scorsi, dovrei farlo più spesso.
[ non fosse che poi non risulterei più credibile ]

Oggi sto molto meglio.
Voglio scrivere un post positivo. Venire qui per scrivere davvero qualcosa di positivo, non mare di nero come il mio solito.
Fuori c’è il sole. Un sole un po’ timido, forse lievemente offuscato dalla foschia, ma c’è. Lo sento anche dentro. Lo osservo mentre cerca di trapelare oltre le tende della mia finestra, raggiungendo la mia schiena, accarezzandomi appena.

In genere odio il sole.
Lo odio in estate. Mi provoca capogiri, mi disturba mentre guido, mi fa lacrimare gli occhi.
Lo odio quando ha appena piovuto. I suoi raggi rimbalzano dappertutto e perforano le carni come frecce acuminate.
Lo odio quando nevica. Il mondo diventa un enorme specchio, tutto attorno a me è accecante.

Oggi lo guardo da dentro casa e mi dico che se avesse piovuto – o ci fossero state grigie nubi – non sarebbe stato lo stesso.
Ho dormito fino alle dieci.
Alzandomi ho eseguito il Saluto al Sole come buon auspicio. Difatti ha funzionato.
Ho steso tutte le membra del mio corpo librandomi verso l’alto e ho dato inizio alla giornata.
Sarei ufficialmente in convalescenza, quindi non ho di certo avuto una giornata piena. Domani però conto di andare ai corsi.
Questo weekend sarà il primo in totale libertà dopo lungo tempo.
Ho pensato di proporre una gita al mio ragazzo. Anzi, credo lo farò subito. Voglio pensare ad una meta. Voglio fantasticare fin da subito su una passeggiata in mezzo alla Natura, oppure in mezzo ai canali veneziani ( è da un po’ che non si va a Venezia io e lui da soli ), oppure tra le mura di mattoni di una qualche cittadella collinare.

Oggi ho voglia di vivere.
Ecco.

Ho voglia di spazi sconfinati e natura.
Ne ho sempre voglia, a dire il vero. Ma oggi più del solito.

 

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e il terzo giorno affogammo in un mare di the caldo.

Bene o male, ci siamo.
Forse il minestrone del pranzo non era poi così affidabile, ma visto e considerato che oltre al pasto consumato al tavolo della cucina oggi null’altro varcherà la buia soglia della mia bocca, direi che ci siamo.

Ieri sera ho sentito le parole magiche.
Si beccano l’appellativo di “parole magiche” tutte quelle orribili frasi che non mi si dovrebbero mai dire.
Quand’ero più piccola erano i bambini in piscina, poi i ragazzetti alle medie, successivamente occhiate significative – ipocrisia delle scuole superiori – poi, come una regressione in piena regola, sono nuovamente frasi dette ad alta voce secondo il principio del “superata la soglia dei vent’anni dovresti aver amalgamato autoironia a sufficienza per essere cosciente di ciò che sei. Non dovresti prendertela”.

Il punto è che io non sono ancora cresciuta in questo senso.
Non riesco a non prendere le cose seriamente.
Non riesco a non pensare “Si vive una volta sola, e se proprio devo vivere, almeno vorrei vivere da magra – cazzo”.
( Il “cazzo” è licenza poetica )

Ieri sera la frase è stata

“Non eri vegetariana, tu? E da dove arrivano queste cosciotte di pollo?”

disse il mio dolce ragazzo palpandomi gambe e fondoschiena.

Guarda.
Io ti amo.
Però queste cose non dovresti proprio dirmele.
No.
Neanche sorridendo come uno scemo e baciandomi la fronte.
No.
Nemmeno palpandomi le tette compiaciuto del fatto che i biscotti delle abbuffate di questa settimana siano finiti tutti lì.
No.
Questo non puoi farmelo.

Se ieri sera infilandomi la minigonna che appena sette giorni fa sembrava starmi bene,
ho chiaramente pensato

“Sei una stupida troia grassa”

( e siamo a numerodue parolacce. Sono davvero volgare, scusate )

Dicevo,
se ieri sera prima di uscire ho pensato questo, direi che no. Non dovevi davvero pronunciare frasi che vanno a confermare tutti i sospetti.

E no, questa sensazione di macigno sullo stomaco che ho da tre giorni non se ne vuole andare.
Come se da tre giorni il mio stomaco abbia deciso di scioperare e non farmi digerire più niente.
Non ce la fa, dico sul serio.
Sento una specie di schifosa sensazione a metà della gola, come un boccone che necessita di acqua per esser spinto di sotto.
E invece bevo e bevo. E non se ne va.
Mi tasto la schiena e sento che va leggermente meglio di ieri. Ieri ho fatto cyclette, mattina e sera. Ho fatto esercizio, ho camminato. Ieri dopo l’abbuffata da 500kcal del primo mattino non ho mangiato nient’altro.
No, non me lo meritavo.

Non sono comportamenti che normalmente assumerebbe una signorina per bene.
Voglio avere l’eleganza di un cigno.
Voglio che tutti possano vedere quanto la mia pelle sia candida ed eterea, intoccabile e fragile – al tempo stesso così affascinante e maestosa da poter spiccare il volo.
Voglio che questo corpo si allegerisca in fretta della zavorra che stupidamente ho introdotto.
Voglio raccogliere tutti i miei pezzi e librarmi sopra le nuvole.
Voglio che i bambini mi additino, voglio che spalanchino le bocche e facciano volar palloncini colorati aprendo la mano per la sorpresa.
Voglio palline che si rovesciano dai coni gelato, voglio toccare gli acquiloni e rubare una piuma ad un passerotto.
Voglio liberarmi del peso di questi vincoli umani e assaporare il gusto della cultura, della sapienza e dell’onniscienza.

Se dovessi morire, è là che vorrei stare.
Un’immensa stanza piena di libri, film, musica e documenti sull’umanità. Studiarla dal di fuori per riuscire a vedere quanto insignificanti siano tutte le nostre problematiche.
Sì, comprese le mie.

Ed ora capirete perchè, ogniqualvolta mi si venga a chiedere “Cosa farai da grande?” o “Qual è il tuo sogno nel cassetto?”, io sia regolarmente costretta a mentire.

nuvole


for PT members, with love.

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