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il massimo che puoi ottenere è sempre troppo poco.

100/100 di valutazione stage e 60/60 di valutazione di prova d’esame. Corso finito, attestati rilasciati, grandi pacche sulla spalla, complimenti dai docenti e torna a casa vai a dormire che sei stanca.

La sintesi, proprio.
Non mi va di parlare delle 5 ore d’esame di ieri. Di gente che viene a chiedermi perchè non mi alzo per andare a mangiare o in bagno, del perchè avessi quello sguardo incazzoso fisso sul pc e perchè ero così preoccupata dell’esito. Fanculo. Se devo fare qualcosa, pretendo di essere la migliore.
Infatti lo sono stata. Il massimo dei voti e stage andato a buon fine con assunzione. Praticamente l’unica su 13 persone.

Tutto questo per poi camminare velocemente sotto la pioggia ( non posso correre al momento, dopo vi spiego perchè ), prendersi tanta di quell’acqua e di quel freddo da farmi venire le unghie blu – o più blu di prima -, sostare al Mc Donald’s con una coca zero, poi uscire e far finta che sia l’ultimo residuo di un lauto pasto mentre salgo in macchina di mio padre venuto a prelevarmi causa treni cancellati per la tromba d’aria.

Tutto questo per due bacini sulla guancia di cortesia ( quelli che si danno agli amici quando li vedete o agli estranei ai quali vi state presentando ) da parte di mia madre, per dirmi che è contenta del mio risultato.
Traduzione simultanea: avrà qualcosa di cui vantarsi con tutte le persone che incontrerà oggi. E poi si domanda come mai evito di raccontarle i fatti miei.

Sapevo che stamattina mi sarei pesata. Sapevo che avrei visto un numero simile a quello che ho visto ( 47,7 ), sapevo che guardandomi allo specchio avrei avuto un flash di ossa e di bruttura, sapevo che sarei andata di sotto a reagire per “salvare la situazione”.
Non si è trattato di una vera e propria abbuffata.
Ero molto tranquilla mentre mangiavo, ma forse solo perchè dovevo mantenere un aspetto sereno di fronte a mia madre.
Ultimamente la osservo mentre mi guarda mangiare. Comincia a parlare di cose futili, la voce si fa più acuta e sorride nervosamente. Credo sia la sua naturale reazione al sollievo che prova nel vedere che mi sto, dopotutto, nutrendo.
Ciò che non sa è che mentre la sento sbattere la porta di casa ed uscire, sto già per dirigermi verso il bagno per buttar fuori ciò che ho mangiato davanti ai suoi occhi.
Ultimamente provo un misto di pena per lei. Per lei che non riesce a concepire la sua vita se non è stressata abbastanza da non pensare a niente. Per lei che ha una figlia derelitta come lo sono io.
In un certo senso provo pena per entrambe. Per me che non riesco a concepire la mia vita se non sono stressata abbastanza da non pensare a niente. Per me che sono la figlia derelitta di mia madre.

Ieri ho pensato che potrei diventare sterile.
Ho pensato che sia un gran bene per l’intera umanità. Non vorrei correre il rischio di generare un’altra figlia che abbia una madre come me e una nonna come mia madre. E, volendo, una bisnonna come mia nonna. Insomma, diciamocelo: questa progenie di donne stressate va avanti da troppo tempo. Sarebbe davvero ora di darci un taglio.

Onestamente?
Non so che farmene di questi quarantasettevirgolasette chilogrammi.
Mi sembrano troppi e allo stesso tempo troppo pochi.
Non so se voglio scendere, non so se voglio salire. So che non avrò il coraggio di salire, ma non voglio nemmeno scendere troppo perchè sono convinta che questo corpo sia già abbastanza orrendo.
Non lo so.
Non so cosa voglio ottenere in merito.

Tutto il resto mi è abbastanza chiaro. Dalla prossima settimana tornerò in ufficio e poi seguiranno tante altre cose. Probabilmente avrò poco tempo per me stessa – e questo è un bene.

Ah già. Il motivo per cui non posso correre.
Beh, l’immagine del post precendente è significativa. Stavo risalendo sul mio skate dopo essere andata a buttar via la spazzatura e, non so come, mi sono trovata lunga distesa per terra. Ho sbattuto fianco sinistro, gomito e faccia sull’asfalto.
Il fianco sinistro sta vedendo formarsi un’ematoma nero del diametro di circa venti centimetri. Il gomito sinistro è sbucciato e non la finiva più di buttar fuori pus ( scusate la parentesi estremamente romantica ), la faccia non ha subìto danni, ma ho preso una botta sull’orecchio dove ho il dilatatore e per un paio d’ore ha fatto abbastanza male.
Non so quale sia la causa, ma non riesco a camminare bene e a tendere il muscolo interno della gamba sinistra. Non posso fare nemmeno un saltello che mi prende un dolore atroce. Credo che starò buona per un po’.
Forse.

sk8

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keep calm and skate faster.

skate

Ecco cosa mi sono concessa oggi.
Dopo una sana riflessione su come io non viva in California (nè tantomeno di illusioni), ho realizzato che forse – magari, eh – il longboard al momento giacerebbe inutilizzato per decenni prima che io possa scorazzarci.
Ho preso una tavola basica, ho speso poco – visti e considerati i prezzi standard degli skateboard, noti credo a tutti – e devo dire che viaggia abbastanza bene. Dovrò cambiare le ruote (sono troppo morbide) e con molta probabilità ridipingerò il deck.

Mezz’ora di skate = -120kcal

Oggi è stata una giornata orribile. Ho fatto tante cose, ho sentito tanta pressione, ho passato troppo tempo in casa ( 6 ore: troppe, anche se non di fila ), mi sono abbuffata, ho vomitato, ho fatto tanta ginnastica.
Non so. È stato come vivere più personalità all’interno dello stesso corpo nel giro di 24 ore consequenziali. Non fa per me.
Non capisco dove sia finita la mia smània per la purezza che avevo fino a tre giorni fa. Quella stessa sensazione di vuoto perfetto che mi ha fatto comprare un vestitino bianco – che forse domani indosserò -, quel sentimento di immaterialità che ti fa volare sopra il peso delle cose.
Il solito “bel periodo”.
C’è che ho visto le foto di domenica e le ossa del mio petto svettavano dalla maglietta. C’è che ho pianto nei camerini di H&M mentre mi cambiavo, perchè ero informe e la pelle ricadeva in maniera poco sana.
C’è che, dato che mi basta mangiare normalmente per mettere su peso, probabilmente domattina sarò di nuovo una balena arenata su una spiaggia.
Lo so.

Dico tutto questo perchè forse c’è dell’emozione in ciò che mi attende.
Sto per incontrare una persona che negli ultimi tempi ha rivestito un’importanza davvero inusuale (inusuale per i miei standard, almeno) all’interno della mia vita. L’ho conosciuta tramite questo blog, tramite questi mezzi che fanno tanto parlare e che fanno puntare il dito invece di aprire le menti.
Domani passerò 8 ore totali in treno per rendere possibile questo incontro, e ho idea che lo stesso sarà per lei.
Credo che sia questa aspettativa, questo senso di nudità spirituale che mi avvolge a far parlare l’istinto anzichè il cervello. Questa paura di essere inadeguata – perdonami, Juno – che mi porta a gettarmi sull’eccezione, sull’eccessività, sulla bulimìa.
So che domani il mio comportamento sarà impeccabile. Tendo ad idealizzare tutto ciò che reputo abbastanza importante da farmi battere il cuore. Mi immagino i momenti, le luci, gli odori.

Mancano 7 ore al trillo della sveglia. Bologna, arriviamo.


cosa mi sono guadagnata.

Esperienze che vivrò e che mi faranno crescere. Due viaggi, collaborazioni come assistente alla produzione in grandi eventi, un’esposizione fotografica, il terzo design per t-shirt nel giro di un mese, nuovi clienti, nuovi contatti.

Ultimo giorno come stagista sfigata. Esami per la fine del corso e poi da giugno inizio a lavorare sul serio. Perchè mi hanno presa proprio qui.
Qui dove un mese e mezzo fa sono arrivata con i miei occhioni costantemente spalancati perchè avevo paura di tutto e tutti, con la mia aria spaesata e con poche speranze in tasca.
Questo posto lo voglio.

Potrebbe perfino diventare la mia medicina.

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Una cosa che auguro a chiunque: trovare un lavoro per il quale non pesi alzarsi al mattino, per il quale l’orologio non esiste. Che ti riempia la mente e si insinui con dolcezza nel tuo sonno, portandoti ad avere l’idea che cercavi nelle ore notturne più impensabili. Che ti faccia viaggiare, conoscere e scoprire. Che ti faccia crescere anche quando pensi di essere già “grande abbastanza”, e che non ti faccia dimenticare quanto sia bello essere mentalmente piccoli.


irrilevante.

Mentre tutto il resto del mondo si muove, io sono qui.
Stesa su questo letto da tre giorni, comincio solo ora a sentirmi meglio dopo un virus intestinale che mi ha letteralmente messa in ginocchio.

Quando, sabato mattina, sono dovuta uscire dalla prima proiezione della rassegna cinematografica che attendevo da due mesi ( e per la quale avevo anche comprato l’accredito ) perchè mi sono sentita male in sala, ho subito pensato che il motivo fosse “quello”.
Le unghie e le nocche blu, svettanti sulle mani giallastre non lasciavano dubbi.
Brachicardìa e sensazione di svenimento completavano il quadro abbastanza chiaramente da farmi intendere che avevo bisogno di energia, e subito.
Trascinandomi verso una qualunque fonte di cibo, mi ripetevo mentalmente “Ce n’è sempre TROPPO in giro. Perchè quando lo cerco non lo trovo?”.
Finalmente mi sono ritrovata di fronte ad un supermercato, dal quale sono uscita con una tavoletta di Milka e una di Ritter Sport.
Ho finito la prima nel giro di pochi minuti, e ho visto il blu lasciare lentamente le mie mani per lasciar spazio ad una lieve sensazione di tepore.
Ho pensato che non fosse abbastanza. Dopo essermi recata in stazione delle corriere per comprare il biglietto e tornare a casa, ho fatto un salto al Cafè del Mac Donald’s per concedermi una cioccolata calda e una brioche alla crema.
L’aspetto più weird dell’intera faccenda è stato “Che bello, posso atteggiarmi a persona normale. Sto mangiando una brioche. Sembra di recitare in un film”.
Solo all’ultima sorsata di cioccolata calda mi sono resa conto che c’era qualcosa di sbagliato. All’improvviso tutto è diventato coloratissimo di colpo, e un’ondata di calore mi ha investita come un treno.
La testa ha cominciato a girare. Ho guardato confusamente l’ora sul telefono, ho raccolto le mie cose e sono tornata in stazione per prendere la corriera.
Mezz’ora di viaggio rannicchiata sul sedile, a tratti dormendo.
Poco prima di scendere mangio anche la tavoletta di Ritter Sport, fissando una signora seduta sui sedili alla mia destra con aria di sfida. E non so nemmeno perchè.

Cammino fino a casa a fatica e penso che sia stanchezza.
Finchè non rigetto tutto ciò che ho mangiato e mi appaiono chiari i segnali della febbre. E capisco che è un virus intestinale.

Il punto non è, e scusate se vi ho tediato con questo racconto, l’influenza in sè.
Non è di certo la prima che prendo – sebbene sia stata la peggiore di tutta la mia vita, a quanto ho memoria – e non sarà di certo l’ultima.
Il punto è che, mentre cercavo un supermercato dopo giorni di digiuno forzato, per la prima volta ho avuto davvero paura.
Paura per il colore delle mie mani.
Paura perchè la mia testa è stata attraversata da rapide ipotesi tra le quali chiamare l’ambulanza.
Paura perchè temevo che avrei potuto cadere per terra e venire trovata da sconosciuti, forse derubata delle mie cose.
Paura perchè mi sono resa conto di quanto il mio limite di sopportazione fosse reale e palpabile, mentre finora lo avevo sempre guardato con aria di sfida, rifuggendolo.

Mentre stavo male e avevo la febbre a 39 ho pensato che avrei voluto davvero guarire.
Nella disperazione del mio malessere ho pensato per la prima volta da quando sono nata che mi piacerebbe essere una persona normale.
Che mi piacerebbe vivere col mio ragazzo, raccontargli tutto e provare intimità.
Mi piacerebbe cucinare per entrambi e mangiare assieme, mi piacerebbe tornare ad uscire con i miei vecchi amici e farci una birra all’Irish Pub come una volta.

Ora che sono nuovamente lucida e ciò che mi resta sono solo crampi allo stomaco e un po’ di nausea, penso che sia stato tutto merito della febbre. Che non ho niente per cui dover desiderare di guarire.
Che stamattina mi sembra di aver letto 48 chili ma onestamente non me lo ricordo, forse stavo sognando. E anche se fosse vero sarebbe davvero uno schifo. Mi aspettavo almeno un 47 dopo questa influenza.

Capite?
È come allenarsi ad aumentare la soglia del proprio dolore. Raggiungere obbiettivi su obbiettivi, per poi guardarsi indietro e dirsi che è stato troppo semplice.
Quindi procedere, continuare.

È per questo che non riesco a fermarmi.
E ci sono giorni in cui mi dispiace.

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you only live twice.

Comincio a scrivere questo post senza un particolare motivo.
Non ho nulla di importante da dire, non ho niente per cui lamentarmi. Cerco di distrarmi un po’, forse.
Vorrei che Lui mi chiamasse, o accedesse a Skype.
Vorrei vederlo prima di andarmene ancora.
Stasera mi tocca lavorare al locale. Non sono granchè entusiasta, ma cercherò di farmelo venire, questo entusiasmo.

d.a.
c – 100gr yogurt magro ( 41kcal ) + 1 kiwi ( 45kcal ) + 1 caffè ( 6kcal )
m – 1 the caldo zuccherato ( 60kcal ) + 1 galletta ( 20kcal )
p – insalata con pomodori e mela verde ( circa 150kcal )

30min di cyclette moderata = -170kcal
Tot. parziale = 152kcal

Lo so, faccio schifo.
Onestamente preferisco aggiungere qualche caloria in più così, piuttosto che avventarmi sul cibo in un secondo momento e pentirmene amaramente.

Riesco a sentire questo sottile strato di grasso che mi ricopre. Riesco a sentire chiaramente che non sono più 48kg come la settimana scorsa, ma non ho il coraggio di pesarmi.
Lo farò quando questa orribile sensazione mi avrà abbandonata.

In questi giorni odio le mie gambe.
Gli shorts non mi stanno più bene come quando li ho comprati, nè tantomeno il vestitino che ho comprato da H&M ( solo io ho l’impressione che la taglia XS di H&M non sia poi così XS ? Mah … Mi sta largo. Ho intravisto la taglia XXS su un paio di shorts di Tally Wejl. Ho come il sentore che entrarci sarà il mio prossimo obbiettivo. Cosa sarà, una taglia 36? Chissà ).

Non so da cosa derivi questa fissazione degli shorts.
Forse vorrei solo non dovermi infilare un sacco nero addosso e girare per la strada spaventando la gente. Vorrei non dover soffrire il caldo perchè costretta ad indossare i jeans. Vorrei esibire un po’ di sana sicurezza e self-esteem. Magari. Forse. Chissà.

Compierò 23 anni alla fine di quest’anno solare. Non sono così giovane.
Una taglia 36 su di me credo farebbe impressione. Significa annullare le fattezze di donna che dovrei cominciare ad avere.
Lo noto quando ho le mie ricadute bulimiche: osservo dove va a finire tutto lo schifo che introduco nel mio corpo, ed è sempre sul seno o sui fianchi. Il mio corpo sta disperatamente cercando di dirmi che sono una femmina – e non un essere androgino come miro a diventare – ma io non lo sto ascoltando.

Poveretto.

A volte provo quasi pena per lui.
Poi mi ricordo che mente e fisico dovrebbero andare d’amore e d’accordo, e mi domando perchè mai nel mio caso si sia optato per un divorzio. La mente paga gli alimenti – in tutti i sensi – e il corpo vuole viziarsi chiedendo gioielli e scarpe. Che puttana.

Ormai non ha più senso scusarsi per le mie digressioni, no? Non riesco ad articolare un discorso decente che sia uno.
Voglio un caffè.

coffee


inutile.

È dall’ultimo post che la situazione è rimasta invariata.
Ergo, è praticamente da domenica che non riesco a smettere di mangiare come un’inelegante suino. L’unico giorno di semi-digiuno è stato martedì.

Mi vergogno terribilmente.
Mi vergogno perchè sono addirittura arrivata a rubare del cibo da un appartamento non mio. Non credevo sarei mai riuscita a raggiungere livelli simili. Non l’avrei mai ritenuto possibile.

Quei meravigliosi 48 chili della settimana scorsa si saranno ormai tramutati in un orribile numero – che non ho intenzione di vedermi schiaffato in faccia.
Voglio trovare la forza di mangiare normalmente. Non digiunare o restringere. Semplicemente raggiungere un punto di equilibrio e mantenerlo per un po’. Poi eventualmente ridurre piano piano.

Il lavoro che faccio ora non mi permette di fare la schizzinosa. Rapportarsi con la gente è estremamente difficile, ma sapevo che prima o poi avrei dovuto affrontare anche questo ostacolo.

Aggiornerò quando avrò buone notizie.

 

 

edie

 

Edie. Quant’era bella.

 


 


perchè oggi non sarà mai come ieri.

Assurdo.

Rileggo il post precedente per scoprirmi così piena di buoni propositi, cose da fare, luce e speranza.

Sembra un secolo fa.

Provo a sforzarmi di ricostruire tutto, di raccogliere i cocci di questo tempo che si è sgretolato sotto di me per farmi cadere nel vuoto più nero.
Ci provo.

Ricordo di essermi trovata a casa da sola, ma non ricordo come. Non ricordo da dove arrivavo.
Ah, il centro commerciale.
Ok, sono rincasata. E poi.
Avventata sul cibo.
Vomito. Sangue. Paura. Dolore.

Ricordo di aver provato delle fitte al petto. Ricordo di essermi fermata perchè dovevo andare dal mio ragazzo. Ricordo di essermi inventata una scusa sul mio ritardo. Ricordo che dovevamo andare al concerto e ricordo di essermi detta “Ormai è tardi. Non ci vado” quando di tempo ce n’era eccome.
Una serata fatta di me che dormo nel letto mentre lui gioca a Call of Duty.

Oggi.

Oggi mi dico che andrà meglio.
Mentre mi impongo di pesare lo yogurt, la molla scatta di nuovo e di yogurt ne divoro due. E tutto il resto.
Alzo lo stereo al massimo mentre sono in bagno, per coprire il rumore dei miei sporchi affari. Non riesco a vomitare altro che le ultime cose che ho ingerito. Subito la gola fa male e lo stomaco si rivela stanco per gli orrori della sera precedente.
Scappo da casa mia e guido 40km per ritrovarmi di nuovo al centro commerciale. Giro da sola per negozi e vetrine, mi siedo e leggo un libro. Scrivo memorie perchè temo che morirò presto, che mi accascerò per terra alla prima occasione, che impazzirò per tutte quelle famiglie che leccavano gelati camminando, che sparirò semplicemente. Senza lasciar traccia.
Scrivo memorie nel mio look bizzarro “Madonna primo periodo”, mentre la gente passa e vive.
Mi alzo dopo due ore, prendo la macchina e torno a casa.
Avevo dimenticato l’antibiotico sulla scrivania. Lo prendo. Torno fuori.
Raggiungo il mio ragazzo per tirarlo fuori dal buio della sua stanza e andiamo a passeggiare.
Sto male.
Lui addocchia una pizzeria take away e dice di avere fame. Entra e torna fuori, dicendo che vuole provare a cercarne un’altra migliore.
Riprendiamo a camminare e la pizza diventa il mio pensiero fisso. Ammutolisco e sento di avere gli occhi sgranati. Non riesco a prestare attenzione a nulla di quanto mi va dicendo, e ben presto anche lui si accorge che sono assente.
Dopo mezz’ora ci fermiamo di fronte alla pizzeria prescelta e lui ordina due tranci di margherita. Gli rubo la punta di uno dei due.
Parliamo, chiaccheriamo. Non riesco a smettere di fissare la sua pizza.
Entro dentro dopo essermi alzata di scatto e ordino un trancio di margherita.
“Devi aspettare un momento, però. Sono dentro il forno” mi dice la ragazza dietro il bancone.
Annuisco e torno fuori, sulla panchina.
Lui finisce i tranci ed io mi alzo per andarmene. Non voglio quello che ho ordinato.
La ragazza da dentro nota che me ne sto andando e mi chiama. Troppo tardi.
Devo entrare e pagare. Devo mangiarmelo.
Lo divoro con foga sotto gli occhi divertiti di Lui, che crede io abbia semplicemente – finalmente – un po’ di fame.

Ne voglio ancora.

Il resto mi passa davanti agli occhi velocemente. Siamo io e lui a scopare a casa sua, sono io che mi asciugo velocemente dopo la doccia, sono io che torno a casa e apro la pentola dove la peperonata ha appena finito di bollire.

twiggy

Mi scotto lingua e palato prendendone qualche cucchiaiata, metto su il the, mangio qualche biscotto, faccio fuori una mela.

Sono qui seduta sul letto col mio portatile, lo stomaco nuovamente dolorante.

Sono qui col piumone sulle gambe a domandarmi perchè non abbia avuto il coraggio di confessare quel “Ho paura” che mi ballava sulle labbra mentre Lui si era espresso nell’ennesimo “Ma che cos’hai?”.
Sono qui a domandarmi perchè mia madre si sia incazzata solo oggi per le taglie dei pantaloni che mi ha comprato ieri, perchè si ostini a dire che mangio poco anche quando le divoro biscotti sotto il naso, perchè l’80% delle nostre conversazioni debbano ormai essere incentrate su quello che mangio o non mangio.
Sono qui a chiedermi se mio padre mi abbia sentita vomitare nonostante la musica, se il mio ragazzo abbia abbassato il volume delle casse del pc per controllare cosa stessi facendo chiusa a chiave nel bagno ( niente. volevo vomitare il trancio di pizza, ma poi ho deciso che non sarei caduta così in basso da vomitare anche a casa dei suoi ).

Sono qui a compatire la mia miserabile vita. A pensare che avrei voluto piangere mentre la gente attorno a noi rideva spensierata con il gelato in mano. Che avrei voluto piangere quando mi sono guardata allo specchio del suo bagno. Che avrei voluto non uscire mai più da lì.

Che …

Che avrei semplicemente potuto passare una calda ed assolata domenica senza dovermi preoccupare di tutto questo. Che se avevo così paura del primo giorno col nuovo lavoro di domani avrei semplicemente potuto confidarmi.

E forse a quest’ora avrei avuto meno paure e meno calorie in corpo.
Invece tutto quello che mi resta è il terrore a fior di pelle e il grasso qualche strato più giù.